Scaglie sotto il Neon

 
Una galleria di specchi.
Mi sono persa e non trovo l’uscita.
C’è una luce, dall’alto, che mi illumina il viso.
Il mio e quello delle varie me riflesse nelle pareti.
Osservata, troppo.
Non trovo l’uscita.
 
Vorrei ricambiare gli sguardi, ma non posso che fissare solo una delle mie copie alla volta.
Tante me mi osservano girare e girare, alla ricerca dell’uscita, muovermi male dentro un’uniforme sbagliata
Gli specchi mi guardano e mi deformano: più magra, più grassa, più bella, più brutta, più alta, più bassa.
Distorgono l’uniforme. Repliche tutte diverse, ma accomunate dallo stesso sguardo intenso. Recluse in una lastra di vetro, hanno almeno la facoltà di rinnegare quello schema che indosso. E mi fissano con aria di sfida perché io non riesco ad uscire dalla galleria.
Prigioniera di un’uniforme, prigioniera di uno specchio.
Osservata. Troppo.
 
La luce aumenta, cresce il ronzio che proviene dal neon.
La luce si fa più intensa, come pure gli occhi che incontrano i miei.
Dov’è l’uscita?
Oltre.
 
Oltre gli specchi, oltre le apparenze.
Uscire costa, è un pugno sferrato contro uno specchio.
Scaglie di vetro brillano sotto il neon.
La mano fa male, ma l’uniforme non esiste più.

[Scritto un po' di tempo fa, stasera ero in vena di postarlo qui]

Fanno così tendenza quelle tute blu? Personalmente le trovo orribili. Ritengo che sia molto più fascinoso andarsene in giro con una mano solcata da cicatrici: sono la firma di un passato vivo, sono segni che destano sempre meraviglia, che fanno sorgere domande. Nulla a che vedere con la laccatura perfetta delle maschere di porcellana : esse si dicono libere di improvvisare e di stupire, ma il loro ruolo non rientra che in un pietoso canovaccio. Scontato e prevedibile.
Il carosello prosegue imperterrito. Aspetterò ancora in questa cella, indosserò ancora la mia uniforme: è solo questione di facciata.


 Del resto io sono cittadina del pianeta dell'Inusualità.
E la via per casa l'ho trovata in quel labirinto di rimbalzi di luce.

Digitato da Daphne89
lunedì, 12 maggio 2008 alle 21:56
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Avere 19 anni

24/04
Pari in ogni sua cifra, mese che fa rima con il giorno. Ben abbinata, direi quasi femminile.
Bella data, sì sì.

Digitato da Daphne89
sabato, 26 aprile 2008 alle 17:55
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L'arcobaleno in una busta

Vorrei regalarmi qualcosa di diverso, di insolito:
l’usualità paralizza anche l’immaginazione.
Vorrei mettere un nastro arricciato su una nuvola,
o su un raggio si sole incartato, e poi offrirmi questo regalo.
 
Una settimana fa desideravo una giornata di pioggia, non di quelle, però, che si preannunciano grigie dal mattino: avrei preferito un acquazzone improvviso, per meravigliarmi e sentirmi piena. Afferrata questa sorpresa –impreparata, senza ombrello- avrei rinnovato il gusto di camminare senza meta tra le vie della città, in quell’ora in cui nessuno, a causa dei rituali quotidiani, avrebbe fatto attenzione ad una figura a testa scoperta sotto lo scroscio.
Mi sarei regalata tanti goccioloni di pioggia, pesanti,
quando persino gli specchi non vedono.
Goccioloni di pioggia, per me soltanto:
sul viso, sui capelli, a bagnare i palmi delle mani.
 
Stasera, invece, avrei voglia di una notte di Luglio: calda, la casa silenziosa ed i muri più amichevoli. Le finestre strafilate, qualche rumore da fuori sussurra l’estate alle lenzuola, più leggere della maglietta che indosso. La pelle odia il cotone, ma non riesce a staccarsene: è caldo, davvero. Le stelle pulsano, come tante lucciole, al di là delle persiane in preghiera e il mio respiro cercherebbe di accordarsi al loro brulichio.
 
Vorrei centomila altre cose, ma, in fondo, mi accontento di un regalo solo: quello che, scegliendo al via del viola, ho deciso di non farmi. Sono sempre più convinta che ciò sia giusto, il rimpianto non esiste: ci sono solo le gocce di pioggia, le stelle di una notte di mezza estate ed una canzone – un surrogato di sogno?
Canto tra me e me – non è TantiAuguri, né un pezzo che andava di moda un anno fa. Canto, ma eviterei di condividere le parole con le tre colonne di questo template ed i pochi che si prenderanno la bega di leggere.
[There’s nothing you can say to make me change my mind]
 
Questo sì, è consentito dirlo, ma il resto rimane una nenia mentale. Ogni sillaba, per me, ha un senso preciso: scritta qui se ne svestirebbe per indossare l’una o l’altra maschera.
Del resto, viola non è un colore. Non è nemmeno un fiore, né una persona, né uno strumento musicale. Tutt’altro.

Continuo a canticchiarmi queste quattro strofe, colonna sonora delle mie ultime ore da 18enne. Il calendario, da parte sua, mi ha regalato un trecentosessantaseiesimo giorno da vivere nel limbo beato nei neomaggiorenni: un giorno in più per pensare, ore in meno per agire. Più tempo vuoto si ha, più diventa complicato gestirlo; paradossalmente, quanto più l’organizer risulta intasato, tanto più si rivela semplice incolonnare un elemento dietro l’altro.
 I 18 sono esplosi in un bellissimo vortice di coriandoli (c’era il viola anche tra quei pezzetti di carta?), che dopo essere rimasti sospesi in aria per poco si sono depositati tacitamente a terra. Ora me ne rimangono in pugno pochi, quelli che si erano impigliati nelle pieghe dei ricordi.
 
Tra poco arriverà la mezzanotte a ritoccare ufficialmente quel numero che credo di aver corretto un po’ in anticipo.

Digitato da Daphne89
mercoledì, 23 aprile 2008 alle 23:58
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La

La ruota del tempo, a volte,  inverte il suo corso. Ti riporta sui tuoi passi, le tue scelte - pagine che hai strappato, favole che hai scritto al buio - e ti fa scoprire di nuovo quello spicchio di te che avevi lasciato impolverare dentro ad un armadio.
E pensi che sarebbe bello se tutti fossero come quel diapason: la sua voce non cambia mai - coerente, vibrerà sempre la sua verità. Ora piano, ora più forte, a seconda di quanto è disposto ad ascoltare il legno su cui viene posato


Ognuno con il proprio La, pulito.
 Niente mezzi toni, niente stonature

 

Digitato da Daphne89
domenica, 13 aprile 2008 alle 22:03
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The happiest days of our lives - 2

I 100 giorni sono passati da un pezzo, lasciando forse rincarati i nervosismi nella comunità-classe:
Vacanze di Pasqua, andate pure quelle, con le angherie di Marzo capriccioso che ha ricoperto mezza Italia di zucchero a velo.
L'Armistizio è finito ed ora tocca ricominciare il conto di quanti giorni rimangono da trascorrere lì, in quel ... "giardino" governato da degni ... "signori" capaci –pare- solo di estenuanti soliloqui. Non è un centro psichiatrico: a casa le proprio vite, a lavoro impegno e poca teatralità.
Al primo countdown - quello principale e più vissuto - se ne aggiunge poi un altro, che ricorda che il mio ultimo mese da 18enne sta per scadere: ad essere onesti, è da un po' che dico di averne 19, come se l'arrivo del 2008 avesse aumentato automaticamente di un'unità la mia età (cacofonia orrenda). 18 o 19 poco cambia: ciò che importa è il fatto che da qualche tempo a questa parte, l'ho sentito di più il peso di essere entrata nella società di quelli che contano, guidano e votano. Ed avere 19 anni (anche se ancora non del tutto pieni) mi permette di rinnegare quella che, secondo molti, è una verità incontestabile. Ne ho facoltà, perchè sono al di dentro di questo piccolo mondo perverso, visto da loro in maniera così arcadica, un'età dell'oro. Cos'è invece? Una grigia età del ferro, dove il passatempo primario è farsi la guerra? Perfetto, in questo gioco che, fortunatamente, è agli sgoccioli mi autoassegno il ruolo di esule.
 
E poi la verità dov'è? Un po' qui, un po' là: e se è qui, poi accade che le chiacchiere di pollaio finiscono per farla rimbalzare dall'altra parte. Per carità, è bene ascoltare tutti - e per tutti intendo tutte le campane- ma è ancora meglio farsi i sacrosanti affari propri. Campò cent'anni il poro Tizio...

Digitato da Daphne89
giovedì, 27 marzo 2008 alle 17:33
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The happiest days in our lives

In fondo, chi l'ha detto?

 

Digitato da Daphne89
sabato, 22 marzo 2008 alle 16:55
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La stiamo perdendo

Stasera lascio perdere i soliti discorsi sui massimi sistemi, non tanto per l’ora, quanto perchè non posso  venirmene qui ogni morte di Papa a raccontarmi attraverso figure vaghe. Lascio perdere i soliti sproloqui per fare un breve resoconto di quello che sta accadendo qua intorno. Poco poetico, poco fantasioso, ma necessario. Mese di svolta? Mese di svolta, sì, in positivo per di più. Sembra che quella sensazione opprimente che mi portavo dietro dai primi di dicembre si sia dissolta nell’aria, oppure è stata mascherata sapientemente. In fondo, un trucco, definitivo o meno, c’è sempre.
 
Il mio vicolo ha cambiato abito: è stato scorticato del catrame di prima, scavato, operato nei suoi condotti e tubi, riempito di nuovo con la terra e ricoperto di cemento. Adesso manca solo la pavimentazione: finalmente avremo il vicolo lastricato in maniere decente, non più quel catrame ruvido e rattoppato che le mie ginocchia, da giovani, conobbero… con dolore! Ma prima della pars costruens del processo di rivicolizzazione, ci siamo sorbiti una decina di giorni di passerella: sembrava di stare a Venezia, se non fosse stato per gli operai che difficilmente somigliavano a gondolieri ed il vuoto sotto il camminamento posticcio.
Sintomo che lascia sperare bene: il procedere dei lavori nel quartiere significa una sola cosa, che presto dovrò andarmene da qui. Quel fantomatico trasloco di cui parlavo post e post fa, sembra ora vicino, ma realmente, tanto che già si parla di come inscatolare la roba o di comprare i sanitari per il nuovo bagno. Ciò che è veramente paradossale a questo punto è che non so dove andrò a finire. Non mi cercate, vi manderò una cartolina. Gubbio? Boh. Neanche quello è più sicuro. I punti fermi sono due: a) che nel giro di qualche mese dirò ciao alle mura che mi hanno visto crescere; b) che a luglio qualcosa si muoverà comunque, perché – udite udite – lascio questo liceo del cactus. Lunedì 10 si festeggiano i 100 giorni dagli esami: non mi sembra vero, ormai è questione di settimane e poi… diploma in mano, non dico niente! Quale facoltà? Ancora la faccenda è più che nebbiosa, vedremo nelle prossime puntate dove cadrà la scelta. Per ora prendiamoci un respiro tranquillo e viviamo il presente, che ho ritrovato il gusto di aggrapparmi alle ore, senza desiderare che scivolino via anonimamente.
Ieri, tra l’altro, ho sfidato il saliscendi di Gualdo. E che, i Folignati possono io no? Emulando questi studentelli delle svariate fiction americane, me ne sono, infatti, andata a scuola con la bicicletta: tié. In barba alle scalette, ai sampietrini, alle salite, ai discesoni, ai vicoli sbarrati per lavori: sono andata al liceo pedalando. Arrivare là davanti sgommando (e con la patente B nella tasca dei jeans) non ha prezzo, soprattutto se sulle scalette dell’ingresso della scuola ci sono appollaiati tanti pampini del terzo. Comprenderanno più avanti l’appagamento che può derivare da piccole avventure (già, perché con i jeans stretti non è stato molto confortevole il viaggio) come questa. Giornata peraltro stupenda, quasi da mezze maniche.
Voglio sentirmi, non solo vedermi.
È questo che mi fa stare bene, insieme ad un pizzico di pazza stravaganza.
Adesso mi sento meglio, admodum.

Digitato da Daphne89
mercoledì, 27 febbraio 2008 alle 00:41
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Equilibrio

Interruttore impostato su pensopositivo mode:
bene, ottimo, anzi, direi pure un eccellente.
Mi sento molto meglio adesso.

Sedare la febbre è in parte questione di volontà: volere è potere. Mi ero adagiata in un tunnel che mi stava risucchiando, non facevo nessuno sforzo per cercare di reagire. Non vedevo ramoscelli a cui aggrapparmi sulle pareti del turbine inquietante che travolgeva il mio mondo, il mio tempo.
Non li vedevo perché non li volevo vedere. Volere significa saper trovare e, talvolta, crearselo il proprio ramoscello. Volere è puntare i piedi per terra quando tutto gira nel senso opposto a quello che si vorrebbe seguire.
Le svolte importanti nelle nostre vite, ugualmente, non possono avvenire senza determinazione. Avevo perso ogni slancio, quella febbre mi stava trasformando: non ero più io -stentavo a riconoscermi allo specchio e nei pensieri. Poi ho puntato i piedi ed ho scritto sul muro indicazioni per ritrovare la via dell’equilibrio.  Sta funzionando, una piccola svolta me la sono data: sono bastati alcuni semplici passi e forse qualche calcio, al massimo qualche pugno.


Sono di nuovo in posizione eretta sul filo - alto, che mi solleva dal fango che ho alimentato con tante lacrime - a dispetto delle forze che cercavano di buttarmi a terra. Sembra persino che il mascara scolato mi sorrida quando, alla sera, prima di lavarmi il viso, vedo la mia immagine riflessa.
È urgente che smetta di vivere in attesa di un domani troppo evanescente per darmi la tranquillità di cui ho bisogno ora. Il tempo non va sprecato, è la cosa più preziosa che ho: nessuno potrà mai darmene un pacchetto nuovo perché ho impiegato male quello che avevo per disposizione divina.
Razionalizzare tutto.
In un mio diario di qualche settimana fa avevo scritto di odiare tutti quei pomeriggi troppo brevi per essere vissuti e quei sabati vuoti ed inutili. Razionalizzare il tempo e riaccendere interessi e rapporti: quando lasci che il grigiore si espanda sulle tue giornate nulla sembra avere senso, tutto trabocca di vuoto. Io il senso lo voglio trovare - fosse anche solo un’illusione momentanea – per riuscire a colorare i pomeriggi con tante attività, e meritarmelo, alla fine, il sabato sera.

 


Digitato da Daphne89
mercoledì, 13 febbraio 2008 alle 23:23
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